Presentazione. «Ero straniero e…». E?

3 ottobre 2013: una carretta carica di migranti affonda a pochi chilometri da Lampedusa. Sono 366 i morti accertati, una ventina i dispersi. È una delle tragedie del mare più drammatiche di sempre. L’opinione pubblica è presto travolta e sconvolta da immagini, video, commenti, interviste, testimonianze sull’ecatombe. La cosiddetta “emergenza migranti” entra con forza nel dibattito europeo ad ogni livello, pubblico e privato. Lampedusa rappresenta così uno spartiacque per la comprensione e l’interpretazione dei fenomeni migratori dopo le cosiddette primavere arabe del 2011. La “porta d’Europa” pare definitivamente aperta al flusso dei disperati in fuga dalle crisi d’Africa e Medio Oriente.
Intro INTA conti fatti, poi, la temuta “invasione” non c’è stata. Rispetto ai movimenti globali, in Europa continua a transitare una quota contenuta, seppur in espansione, di migranti e profughi. Ciononostante il vecchio continente si è scoperto impreparato: incapace di leggere in prospettiva le trasformazioni dei fenomeni migratori degli ultimi anni; impacciato nell’offrire una risposta credibile e condivisa; sbandato, anche, sul piano dei propri riferimenti identitari. Di fronte all’accresciuta domanda di solidarietà, infatti, l’Europa non sa più se identificarsi in una comunità di Stati che cooperano per il bene comune e la pace o piuttosto in un’Armata Brancaleone composta da tanti piccoli guardiani del proprio orticello. In questi ultimi anni l’Unione ha così prodotto mezze soluzioni, sempre con approccio emergenziale e repressivo, dettate dalle tragedie del momento, dalla continua riorganizzazione dei flussi su nuove tratte (Lampedusa, Grecia, Turchia, Balcani), dagli annunci shock di questo o quell’altro leader locale, ma mai una proposta forte, capace, da un lato, di rispondere strutturalmente ad un fenomeno che non rientra più da tempo nella categoria “emergenza” e, dall’altro, di contrastare le forze centrifughe e disgreganti al suo interno.
Speciale3Parlare di fenomeni migratori oggi, in tale contesto, senza sovrapporsi inutilmente al chiacchiericcio quotidiano, ma offrendo importanti spunti di riflessione capaci di superare tanto gli esasperanti tecnicismi dei mestieranti quanto i qualunquismi di certi media, talk show e politici in eterna campagna elettorale, è una sfida davvero ardua. Raccolta però con entusiasmo – e soprattutto con grande competenza – dagli autori del presente numero speciale del settimanale Adista, il terzo pubblicato nell’ambito del progetto dell’associazione Officina Adista, dal titolo: “Periferia Italia: i 5 passi di un cammino da intraprendere per una democrazia inclusiva”, realizzato grazie al finanziamento dell’8 per mille della Chiesa evangelica valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi). Apre il fascicolo Franco Pittau, “padre” e coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione, con uno sguardo, dati alla mano, sul futuro del Belpaese in relazione ai mutamenti dei flussi migratori. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni, allarga invece il quadro sul vecchio continente, mettendo a confronto le culture dell’accoglienza e del contenimento che animano il dibattito e le decisioni politiche nell’Unione. Segue un intervento di Mostafa El Ayoubi, esperto di islam, che affronta il tema dell’islamofobia, sempreverde declinazione del razzismo, cresciuta con l’arrivo massiccio di rifugiati dopo gli sconvolgimenti iniziati nel 2011. Con l’intervento della giornalista ecopacifista Marinella Correggia lo speciale affronta poi un nodo ancora oggi troppo poco dibattuto, ma drammaticamente presente e in costante crescita: il cambiamento climatico come causa di emigrazione forzata di interi popoli i cui ecosistemi sono minacciati o irrimediabilmente compromessi. A Maria Bonafede, pastora valdese della Fcei (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia), il compito di illustrare un caso emblematico di accoglienza e integrazione felice: si tratta del programma della Fcei “Mediterranean Hope” che, con il progetto pilota dei corridoi umanitari, rappresenta un faro che dovrebbe orientare le politiche europee su ben altre rotte. L’ultimo capitolo, infine, affidato al biblista servita Alberto Maggi, scandaglia le ragioni bibliche dell’accoglienza. Le Scritture, e la vita stessa di Gesù, sono pieni di riferiementi che impongono al credente – soprattutto a quei leader delle destre europee che ostentano le proprie radici cristiane e, allo stesso tempo, invocano muri fisici e culturali – una seria riflessione sul rapporto con l’altro, in particolare quando questo è un “ospite” straniero. (Giampaolo Petrucci)


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* Quella presente in questo post e tutte le illustrazioni del numero speciale “Europa in alto mare?” sono di Mauro Biani, tratte dal libro Tracce migranti. Vignette clandestine e grafica antirazzista (Altrinformazione, 2015), pubblicate per gentile concessione della Casa Editrice.