L’ipotesi Gaia. Perché la Terra diventi la casa di tutte e di tutti

Gaia o Gea è, secondo la mitologia greca, la prima divinità a emergere dal caos per produrre da sola cielo, mare e monti. Oltre a essere figura di Madre Terra, Gaia è anche il nome dell’ipotesi formulata dallo scienziato britannico James Lovelock, ideata alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e ampiamente ripresa in una serie di pubblicazioni successive.

In cosa consiste? Osservando la complessa interazione tra esseri viventi e biosfera (terra, mare e aria), Lovelock nota che le condizioni necessarie per la riproduzione della vita rimangono costanti nonostante cambiamenti significativi in alcuni aspetti fondamentali come, per esempio, il calore del sole. Per spiegare questo fenomeno, lo scienziato ipotizza che la Terra stessa possieda un meccanismo di autoregolazione, cosicché, se un componente della biosfera si modifica, altri (inclusi gli esseri viventi) si regolano di conseguenza, di maniera che restano inalterate le precise condizioni che la vita richiede. La Terra, è la conclusione che ne trae Lovelock, è un organismo vivente che ha in se stesso un principio di omeostasi: si mantiene in equilibrio autoregolandosi in un processo complesso di feedback.

Da questa tesi ne deriva un’altra. L’autoregolazione del pianeta non avviene a causa di una competizione feroce tra esseri viventi tipica di una certa visione del darwinismo, bensì grazie alla cooperazione tra di essi. È la cooperazione, non la concorrenza tra esseri viventi e la biosfera, a mantenere ottimali le condizioni per la vita. Lovelock, quindi, vede la Terra come un sistema complesso di sistemi e sottosistemi di cui l’essere umano fa parte. Tale visione deriva anche dal cambiamento prospettico fornito dalla visione della Terra dallo spazio. Ora, per la prima volta nella storia umana, siamo in grado di guardare la Terra in modo olistico, come un tutto.

È interessante notare che il filosofo ebreo Martin Buber, scrivendo ben prima che fosse possibile una visione di questo genere, riteneva che lo stesso cambio prospettico avvenisse ponendosi alla presenza di Dio. Illuminato dall’eternità, il mondo è totalmente presente a chi si avvicina al volto divino. Una volta sciolta la tensione tra il mondo e Dio, scriveva Buber, l’essere umano può rispondere con un Tu all’“Essere di tutti gli esseri”. Non ci sorprende, quindi, se alla Terra vista come un tutto che si autoregola per rendere possibile la vita Lovelock dia il nome di Gaia, la Madre Terra.

Ma, si chiede Sallie McFague, tale visione è cristiana? Una domanda che certamente andrebbe ri-formulata. Credo che sia utile – almeno in un primo momento – distinguere tra l’ipotesi scientifica in quanto tale e le molte e svariate proposte spirituali che, interagendo con diverse impostazioni religiose, ne hanno tratto ispirazione. È certamente significativo che l’ipotesi Gaia venga citata da teologi e teologhe cristiani che cercano, dagli anni Ottanta in poi, modi per superare una “visione monarchica” di Dio. Tale visione immagina un Dio lontano dal mondo, un Dio che si rapporta al mondo esclusivamente umano come un re, ossia mediante il dominio o la benevolenza. Infatti, per la stessa McFague e per teologhe come Rosemary Radford Ruether e Dorothee Sölle, nonché per teologi come Jürgen Moltmann e Leonardo Boff, è proprio la distanza tra il Dio “totalmente altro” e le sue creature ad aver generato le relazioni gerarchiche tipiche del patriarcato.

Teorizzare una relazione ge-rarchica tra Dio e il mondo riflette e allo stesso tempo riproduce il dominio da parte di alcuni su altri, degli uomini sulle donne, di tutti gli umani sulla terra. Per una teologia cristiana che si interroga sull’ingiustizia sociale ed economica, sulla discriminazione ed esclusione delle donne, nonché sulla crisi ecologica, l’ipotesi Gaia cade (per così dire) come una manna dal cielo. Insieme al lavoro di altri scienziati come Fritjof Capra o Ilya Prigogine, essa diventa parte di un nuovo paradigma scientifico con il quale la teologia è chiamata a dialogare. In altre parole, l’ipotesi Gaia – anche per le risonanze arcaiche che porta con sé – si rivela utile, attraente, e funzionale a una eco-teologia che comincia a fare i conti con la propria tradizione cristiana.

L’ipotesi Gaia, quindi, permette al cristianesimo di riscoprire elementi della stessa tradizione che sono stati ignorati, repressi o esclusi in nome di una visione meccanicista del mondo. Offre al cristianesimo l’occasione di riscoprire al proprio interno filoni di pensiero più olistici che sono tuttora custoditi e tramandati da culture indigene o da correnti marginali come il misticismo. Insieme a una rinnovata sensibilità ecologica alla quale l’ipotesi Gaia può condurre e a una rinnovata ricerca spirituale, essa ci aiuta a rivisitare la storia cristiana per vedere se anch’essa possa autoregolarsi e diventare una risorsa positiva per la sopravivvenza del pianeta.

Questo non vuole dire identificare Dio sic et simpliciter con il principio autoregolante dell’ipotesi Gaia (posizione che dovrebbe mettere in imbarazzo sia la comunità teologica sia quella scientifica) ma darci la possibilità di ripensare tre relazioni nodali: Dio e il mondo; gli esseri umani e la terra, gli uomini e le donne. Tuttavia, bisogna evitare un semplice ribaltamento di queste polarità sostituendo al Dio Padre trascendente una Dea Madre immanente.

Nel suo libro, Dio nella creazione, Jürgen Moltmann afferma che è l’antico simbolo della Madre Terra ad aver nutrito la stessa ipotesi Gaia. Per secoli, infatti, la Terra è stata vista come una madre in base all’equazione corpo = contenitore = spazio. Ora, secondo alcune, si tratta di far circolare il sapere e la saggezza storicamente custoditi e tramandati dalle madri, facendoli uscire dallo spazio privato della casa e arrivare allo spazio pubblico, cosicché la Terra diventi veramente la casa di tutti e di tutte. Così, per esempio, la maggiore capacità di relazione e di cooperazione da parte delle donne individuata da studiose come Carol Gilligan viene messa in relazione con la cooperazione che la Terra come organismo autoregolante necessita.

Secondo Ina Praetorius, partendo proprio dall’esperienza casalinga, bisogna porre la dipendenza degli uni dagli altri al centro della propria visione del mondo. A suo giudizio, aver associato la dipendenza insita nella condizione umana alla debolezza è alla radice della questione sia sociale che ambientale. Mentre alcuni e alcune si appellano al matriarché come “principio materno per una società egualitaria e solidale”, altre esitano ad alimentare un nesso troppo stretto tra donne e maternità senza aver prima indagato a sufficienza sulle sue ambiguità. Ma quando e in quali condizioni “simboli femminili matrifocali” diventano le “immagini materne del patriarcato”? Questa domanda posta anni fa da Moltmann continua a interrogarci anche grazie al fatto che Lovelock abbia scelto il nome Gaia per la sua ipotesi.

Non c’è dubbio che tale ipotesi, facendo parte di un pensiero scientifico più ampio e di una crescente consapevoleza ecologica, si sia dimostrata feconda per la teologia. Essa ha incoraggiato McFague, per esempio, a riprendere il tema del mondo come corpo e a rielaborarlo a partire dal Cristo cosmico. Anche la tradizione sapienziale è stata ampiamente rivisitata per trovare nuovi modi di dire una “trascendenza immanente” e una “immanenza trascendente” di Dio. L’ipotesi Gaia compare come un criterio guida nei sei “principi di ecogiustizia” individuati per un’ermeneutica “nella prospettiva della terra” diretta a valorizzare aspetti delle Scritture che hanno a che fare, per esempio, con l’inizio e la fine.

Tra le varie proposte che l’ipotesi Gaia ha generato in ambito teologico, Gaia e Dio di Rosemary Radford Ruether rappresenta una via intermedia. Tessendo insieme diverse visioni del mondo con lo sfruttamento della Terra e altre forme di dominio, la teologa propone la rilettura di due tradizioni all’interno del cristianesimo. Secondo Ruether, la tradizione dell’alleanza e quella sacramentale possono – se lette alla luce della cosmovisione fornita da Lovelock e nonostante i loro aspetti antro-, andro- ed etno-centrici – fornire intuizioni preziose per la guarigione della Terra. Infatti, ogni forma di vita non solo ha un rapporto diretto con Dio ma partecipa anche al dramma della salvezza. Ciò di cui si avverte l’urgenza, afferma l’autrice, è sviluppare una spiritualità olistica radicata in comunità di celebrazione e resistenza in grado di produrre liturgie collettive. In questo modo si passa dal linguaggio strettamente teologico alla poiesis, certamente non immune al fascino dell’ipotesi Gaia.


L’autrice di questo articolo è Elizabeth Green, teologa femminista, pastora presso le Chiese evangeliche battiste di Cagliari e Carbonia. Tra le sue recenti pubblicazioni: “IL filo tradito. Vent’anni di teologia femminista (2011) e “Padre Nostro? Dio, genere, genitorialità. Alcune domande” (2015).


Tutte le immagini di questo numero speciale riproducono murales e opere di Maximino Cerezo Barredo


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